L’INSOSTENIBILE INCERTEZZA…

Pubblicato: novembre 20, 2012 in Comportamento, Insegnare

Qualche giorno fa ero a spasso con i cani. Quando sono per campi con loro i piedi vanno lungo il sentiero e la testa parte per altri viaggi. Per cui penso molto e “mastico”. Intendiamoci, non è che ci siano sempre grandi e profondi pensieri, anzi. Quasi sempre siamo sul generico-banale, ma qualche volta ho qualche sprazzo degno di nota.

Qualche giorno fa, ho avuto uno di questi pensieri, che ho deciso di condividere con voi. Da quando mi occupo d’educazione ed insegnamento mi ha sempre dato un po’ fastidio quello che recitano i testi scientifici, quando definiscono punizione e rinforzo[1]. Fatto salvo che la definizione di rinforzo mi piace (è: “un evento che aumenta la frequenza di un certo comportamento”) la definizione di punizione proprio non mi va giù: “è un evento che diminuisce la probabilità che un comportamento si ripresenti”. “la probabilità” mi dava fastidio, lasciando il dubbio che qualche volta in qualche modo potesse funzionare. Come a voler lasciare uno spiraglio di porta aperta, quasi un invito o una giustificazione. “Guarda, se vuoi provare … potrebbe anche funzionare”.

Parentesi. Ho la prova che la punizione non funziona. Mai. Un mese fa ho vissuto un’esperienza “pesante”. Ho fatto supplenza per due settimane alle scuole medie. Con i più grandi ho ceduto alla tentazione, a quel spiraglio che “diminuisce la probabilità”: ho messo un paio di note. Ovviamente i ragazzi hanno tranquillamente continuato a fare quello che facevano, per cui io mi sono trovato senza più armi con le quali poter esercitare un minimo di pressione. Quando hai sparato la bomba più grossa che hai a disposizione, o hai vinto la guerra o l’hai persa. Io l’ho persa, e il senso d’impotenza che questa sconfitta mi ha dato ha pesato per parecchi giorni sul mio umore.

Qualche giorno fa ho realizzato che quello che qualche volta potrebbe funzionare nella punizione (da qui il “diminuisce la probabilità…”), non è l’evento in sé, ma l’effetto che lascia in seguito.

Mi spiego.

Quando prendiamo una multa per eccesso di velocità, veniamo puniti per aver superato il limite. Quello che ci fa andare piano, dopo, non è la multa in sé per sé, ma è il ricordo della multa che rinforza negativamente il nostro andare piano (rinforzo negativo = dare qualcosa che non piace per aumentare la probabilità di un comportamento). Ovvero fintanto che ho in mente il ricordo della multa rispetterò i limiti. Appena la memoria comincia ad allentare la sua presa, e il mio correre per le strade si rinforza giorno dopo giorno, visto che, almeno statisticamente, non incontreremo per un po’ altre pattuglie di vigili, la punizione cessa ogni effetto. In pratica non ho imparato.

Non lo so, ma il mio sospetto è questo: che gli effetti “collaterali” che tutti conosciamo, derivati dall’uso della punizione (ansia, stress, problemi di comportamento etc etc) derivino da questo effetto onda durante il quale la punizione, pur non più presente, continua ad esercitare la sua influenza e il soggetto è combattuto tra il  desiderio di fare qualcosa, e il ricordo della punizione stessa. Il problema potrebbe essere che il Rinforzo negativo è solo un’immagine mentale, mentre il correre è un vero rinforzo tangibilmente presente nel mio “qui ed ora”? Chiarisco. Un conto è usare il Rinforzo negativo per aumentare la frequenza di un comportamento, tipo tiro la redine e il cavallo gira la testa. Ma in questo caso esiste contingenza tra le due azioni fisiche “tirare” e “girare”. C’è, di fatto, passaggio d’informazione diretto. In ogni istante il cavallo può decidere di girare la testa e far cessare il tirare. Il soggetto ricevente ha un ruolo attivo[2].

Nel caso della punizione il ricevente non ha nessun ruolo attivo. Chi subisce la punizione non può far nulla per evitarla. La multa a differenza delle redine non mi da null’altro da fare che… pagare. L’effetto successivo consiste nel fatto che io ricordandomi della multa, rallento per un po’ il mio correre. Nel caso della punizione, non c’è nessun passaggio, e io sono da solo a combattere tra l’andare spedito (rinforzo positivo) e il rischio di prendere una seconda multa (rinforzo negativo). La concomitante presenza dei due tipi di rinforzi genera confusione, stress e incertezza. Dal mio punto di vista, l’incertezza, ovvero la mancanza di chiare informazioni è la cosa peggiore che possa capitare a qualcuno che sta –o deve- imparare qualcosa. In presenza di uno stimolo, imparare a gestirlo è una assoluta priorità.

Tornando, per un attimo, alla mia esperienza a scuola, questa mancanza d’informazioni nella punizione diventa ancora più palese. Una volta ricevuta la nota per i ragazzi la vita non è cambiata di una virgola: la mia azione coercitiva, in ritardo sul comportamento aveva da tempo perso la sua efficacia nel momento in cui non lasciava più nessun “Rinforzo negativo fantasma” a regolare le azioni dei ragazzi. In altre parole: se al ricevente la punizione, la punizione stessa, non fa paura non c’è più spazio per nessun tipo di modifica del comportamento[3].

Batteri: anche loro devono imparare…

Sono un sostenitore del concetto di omeostasi, come teorizzato da Antonio Damasio. L’omeostasi altro non è che l’equilibrio ideale (ideale, perché mai raggiungibile) cui tendono tutte le funzioni e le regolazioni corporee: livelli di glucosio, temperatura esterna ed interna, ossigenazione del sangue, battito cardiaco etc etc. Ad ogni stimolo, esterno od interno che raggiunge ed interessa il nostro corpo, i nostri meccanismi di regolazione lavorano affinchè i parametri dell’omeostasi rimangano all’interno dei limiti nei quali la vita è ancora possibile. Allargando questo concetto, anche i meccanismi  celebrali, finalizzati all’apprendimento rientrano all’interno egli strumenti a disposizione del corpo[4] per gestire la propria omeostasi. Quando uno stimolo esterno sbilancia la mia omeostasi (per esempio un commensale che a tavola mi chiede di passargli il sale[5]), il mio corpo cerca di recuperare l’equilibrio utilizzando le strategie opportune (passando il sale per esempio). In questo processo di sbilanciamento io ho avuto l’opportunità di rispondere con un’azione precisa e, quindi, d’imparare.

Imparare è un must evolutivo: più imparo, più posso gestire l’ambiente e e aumentare le probabilità di passare il mio patrimonio genetico. In natura la punizione non esiste, tutti i comportamenti anche i più coercitivi sono espressioni di Rinforzo negativo.

L’uso della punizione non consente d’imparare e, a uno stimolo che sbilancia il mio equilibrio, io non ho nessuna possibilità di risposta: di fatto sono impotente. Da qui tutti gli effetti deleteri che dall’uso della punizione derivano. Un’alternativa alle multe? Eccola qua: http://www.youtube.com/watch?v=iynzHWwJXaA

Il divertimento può cambiare –davvero- il comportamento!


[1] La mia opinione su Rinforzo e Punizione sono descritte nel post “Insegnare”

[2] Non che io sia un fan del rinforzo negativo usato come esclusivo mezzo d’educazione o addestramento. Lo so che il rinforzo positivo mi permette di ottenere risultati migliori, più veloci e più duraturi. Ciò detto, correttamente applicato il rinforzo negativo può essere un efficace aiuto al rinforzo positivo, come dimostra brillantemente, ad esempio il lavoro di Alexandra Kurland (http://www.theclickercenter.com/ se foste interessati a un’approfondimento)

[3] Karen Pryor in “Don’t shoot the dog!” scrive che esiste solo un tipo di punizione che, assolutamente e scientificamante, funziona: l’estinzione. Per esempio l’estinzione (uccisione o   abbandono) del cane che abbaia di notte risolve sicuramente il problema dell’abbaio.

[4] Uso la parola “corpo” come indicante l’unità tra mente, meccanismi di  regolazione interni e corpo fisico.

[5] Ho impiegato ancora l’esempio “del passare il sale” nel post: “Insegnare” che contiene concetti complementari a questi. Per cui, se desiderate approfondire…

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